
Petrolio e Cina contro il made in Italy
Data: Giovedì, 20 ottobre @ 16:32:49 CEST Argomento: Economia
I dati mensili del 2005 sul commercio estero italiano mostrano una sostanziale tenuta dell'export (+5,6% in valore nel gennaio-agosto), ma l'aumento delle importazioni è significativamente superiore (+8,5% nello stesso periodo).
L'interscambio è, infatti, condizionato dal peso della bolletta petrolifera, che si traduce in un deficit del settore energetico di 24 miliardi di euro nei primi otto mesi dell'anno, circa 5 miliardi in più del 2004, mentre considerando il saldo al netto dell'energia si registra un lieve miglioramento dell'attivo (intorno ai 19 miliardi). La situazione rimane in ogni caso difficile: alla lenta crescita delle vendite nel complesso dei paesi Ue, si accompagna un ristagno delle esportazioni verso le economie dinamiche dell'Asia. Il solo disavanzo commerciale dell'Italia con la Cina si avvia a superare quest'anno i 10 miliardi (il doppio del 2003), riflettendo la forte espansione delle importazioni, pari a oltre tre volte l'export.
Nel primo semestre 2005, secondo i conti economici nazionali Istat, le esportazioni di beni e servizi sono risultate in leggero calo (-0,4% in termini reali su base annua), confermandosi in controtendenza sull'andamento molto positivo (+6,5%) del commercio mondiale; le importazioni, a loro volta, hanno allungato il passo rispetto alle vendite all'estero (+1,7%), così che l'interscambio è tornato a dare un contributo negativo alla variazione del Pil. I dati della bilancia commerciale nei primi otto mesi (-4,8 miliardi, con prevedibile raddoppio del deficit a fine anno) registrano, pertanto, il cambiamento di segno - da attivo a passivo, dopo ben dodici anni - con una preoccupante evoluzione verso un saldo in rosso sempre più accentuato, nel contesto di una buona tenuta della ripresa internazionale e di notevole vivacità dei flussi totali di import-export.
Nel 2004 la quota di mercato dell'Italia sul commercio mondiale, calcolata a valori costanti, è scesa a circa il 3% dal 4,5% di metà anni 90, mostrando un accelerato declino negli ultimi quattro anni. La perdita di competitività di prezzo continua a essere più forte nel nostro paese che nelle altre principali economie dell'area euro - come in Germania, Francia e Spagna - a causa dell'andamento del tasso di cambio effettivo. Quest'ultimo è l'espressione, in particolare, una serie di fenomeni sottostanti il cambio nominale, quali i prezzi al consumo e alla produzione, il costo unitario del lavoro, che è strettamente legato alla sfavorevole dinamica della produttività.
I problemi della competitività decrescente
Negli ultimi cinque anni, per esempio, l'erosione di competitività per i settori manifatturieri caratteristici del made in Italy (abbigliamento-moda, arredo-casa), misurata sulla base del costo del lavoro per unità di prodotto, è stata pari a oltre il 25% - secondo calcoli del servizio studi della Banca d'Italia - a fronte di perdite inferiori al 10% per le merci francesi e tedesche. Lo svantaggio via via accumulato nel periodo è, dunque, ingente e ne risulta un sensibile deterioramento della competitività italiana, se si guarda ai prezzi alla produzione dei beni manufatti; essa, per contro, si è mantenuta pressoché invariata in Germania e Francia.
Il contributo negativo degli scambi con l'estero continuerà a penalizzare la produzione industriale , la cui dinamica risulterà frenata anche nei prossimi anni, a causa della prevedibile accelerazione delle importazioni. I settori del made in Italy in particolare - dal sistema moda e arredamento fino alla meccanica a minor valore aggiunto - subiranno inevitabilmente un'erosione del loro tradizionale robusto attivo, manifestando una tendenza che non può non preoccupare per le prospettive a medio termine della nostra bilancia commerciale, tornata in rosso nel 2004 dopo aver messo a segno dal 1993 una serie ininterrotta di surplus anche molto ampi (35 miliardi nel 1996).
La progressiva perdita di colpi delle esportazioni è anche l'effetto, da un lato, della debolezza dell'offerta nazionale di beni ad alto contenuto tecnologico (la componente più dinamica del commercio mondiale) e, dall'altro, delle politiche, sempre più diffuse, di delocalizzazione delle imprese italiane, che vede in testa l'intero sistema moda (tessile, abbigliamento, cuoio e calzature). Nelle fasi di ripresa della domanda interna , poi, si registra un'accelerazione degli acquisti all'estero di beni e servizi, un fenomeno che caratterizza ormai da molto tempo il sistema produttivo italiano, tradizionalmente dipendente dai prodotti di importazione, con una tendenza che si è accentuata soprattutto nell'ultimio decennio.
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