
Intervista esclusiva a Leonard Kleinrock, il papà
Data: Venerdì, 28 ottobre @ 21:17:00 CEST Argomento: Interviste
"Nella cooperazione e nel controllo il futuro della Rete"
Intervista esclusiva a Leonard Kleinrock, il papà
di Internet
Se in questo momento
state navigando su Internet e leggendo questo articolo,
una buona parte del merito va a Leonard Kleinrock. Un
nome che forse non vi dirà molto, probabilmente meno che
quelli di Bill Gates e Steve Jobs. Eppure sono state proprio
le intuizioni di questo ingegnere americano a fornire
- nei primi anni Sessanta - la base per l'infrastruttura
della futura Internet. Già nel 1964, sul libro "Communication
Nets", Kleinrock teorizzò le possibilità di una rete "a
commutazione di pacchetto", dove un messaggio tra due
computer non doveva necessariamente passare attraverso
un canale dedicato (come avviene invece nella modalità
"a circuito", tipica per esempio della telefonia fissa)
ma poteva essere frammentato in diversi "pacchetti" e
spedito seguendo canali e tempi diversi. E' partendo da
queste idee che gli sviluppatori sostenuti dall'agenzia
Arpanet costruirono i primi arcaici sistemi di trasmissione
dati. Ed è dal computer dello stesso Kleinrock, all'Ucla
di Los Angeles, che nel 1969 salpò il primo messaggio
in assoluto della storia di Internet, destinato a un computer
dell'Istituto di Ricerca di Stanford (un semplice "lo",
le prime due lettere della parola "login", poi il sistema
collassò e si dovette ripetere l'esperimento). Nato a
New York il 13 giugno 1934 e ancora oggi iperattivo nel
campo della ricerca sulle telecomunicazioni, Leonard Kleinrock
ha ricevuto giovedì mattina dal Politecnico di Torino
la laurea specialistica ad honorem in Ingegneria Telematica.
Noi lo abbiamo incontrato e intervistato subito dopo la
cerimonia. Professor Kleinrock, qual
è la più grande sfida a cui è chiamata l'Internet del
futuro?
E' qualcosa che non avevamo previsto nelle fasi iniziali
del suo sviluppo: l'insieme dei "malicious attacks", le
azioni negative come lo spam, i virus, il furto d'identità,
la pornografia, la pedofilia. Se parliamo di tecnologia,
Internet non ha grossi problemi: abbiamo costruito il
network in modo tale che permetta sempre di implementare
nuove applicazioni, tecnologie o servizi. Il problema
è che in questo modo abbiamo creato una Rete talmente
aperta da rendere la vita molto facile anche ai malintenzionati.
E' il lato oscuro del Web, qualcosa che non avevamo mai
preso in considerazione. Per trent'anni, io e i miei colleghi
abbiamo lavorato in un ambiente di completa fiducia reciproca:
tutto è sempre stato condiviso, accessibile a chiunque,
slegato da discorsi commerciali. Devo confessare che se
potessi ritornare indietro, mi comporterei esattamente
nello stesso modo. Perché se avessimo adottato un atteggiamento
diverso, non avremmo potuto assistere alla crescita che
il network ha avuto in questi anni. Oggi, però, bisogna
confrontarsi con questo "lato oscuro", soprattutto rafforzando
il controllo di autenticazione di tutto ciò che passa
in Rete: dai contenuti agli stessi utenti. Non
potrebbe ricrearsi un clima di fiducia simile a quello
che si respirava nei vostri laboratori? La natura "sociale"
del Web 2.0 (con i blog, il p2p, il social networking)
e idee collettive come Wikipedia sembrano voler cercare
la risposta dei problemi di Internet in una specie di
cooperazione per l'autocontrollo, in cui sono gli utenti
stessi a difendere la salute della Rete.
Wikipedia è un progetto brillante. All'inizio, erano in
molti a pensare che non avrebbe mai potuto funzionare
e invece ha raggiunto dei risultati straordinari. Quando
si è trattato di lavorare al nuovo protocollo IP v6, noi
stessi abbiamo seguito un percorso simile a quello di
Wikipedia. La cooperazione distribuita però non è un metodo
infallibile. Pensiamo a quello che fanno le aziende commerciali
per finire in testa ai risultati dei motori di ricerca:
riempiono le proprie pagine di parole chiave, in modo
da apparire per prime. Qualcosa del genere potrebbe accadere
in Wikipedia, dove qualcuno potrebbe cercare di valorizzare
sé stesso e i propri interessi contro quelli degli altri.
Il problema rimane complesso. Anche se Wikipedia in effetti
rappresenta molto bene quello spirito collettivo con cui
nacque l'intera rete Internet. Quando bisogna indicare
i padri del network, spesso si indicano quattro nomi,
tra cui il mio. In realtà, Internet è nata e si è sviluppata
grazie al contributo appassionato di molte più persone.
Un altro tema caldo relativo al Web
e alle nuove tecnologie è quello della privacy. Quali
sono le sue opinioni al proposito?
Assieme ai "malicious attacks", la privacy rimane il vero
punto caldo di Internet. E' abbastanza evidente che lo
sviluppo di un network sempre più efficiente e ramificato
ha compromesso pesantemente la privacy delle persone.
Però, al tempo stesso, ne ha aumentato la sicurezza. E'
una sorta di accordo, per cui si può decidere di rinunciare
a un po' della propria intimità per ottenere un maggiore
livello di sicurezza. Però non dobbiamo aspettarci una
definizione della questione nel giro di poco tempo. Sarà
un processo lento, che andrà valutato passo per passo.
Da qui alla questione politica, il salto
è breve. Nelle scorse settimane abbiamo assistito a un
dibattito piuttosto acceso su chi debba essere il principale
referente e "controllore" di Internet: gli Stati Uniti
o le Nazioni Unite?
Il problema del governo di Internet non è diverso da quello
della gestione delle acque internazionali o di qualsiasi
altro bene che interessa più paesi. Gli Stati Uniti hanno
giocato un ruolo fondamentale nella nascita della Rete
- praticamente l'hanno creata - e per questo ancora oggi
mantengono un controllo molto severo di alcuni suoi settori
chiave, per esempio l'ICANN (l'associazione che gestisce
gli indirizzi Web). Il sistema attuale non è del tutto
negativo, ma è chiaro che dovrà muoversi verso una maggior
partecipazione internazionale. Per fare ciò, però, non
basterà riunire i leader tecnologici dei vari paesi, ma
bisognerà coinvolgere direttamente i capi politici. Il
prossimo World Summit sulla Società dell'Informazione
di Tunisi potrebbe dare delle risposte interessanti, ma
solo se ci sarà la collaborazione politica di tutti i
paesi, Cina compresa. Passa da Pechino
la nuova frontiera del Web?
Un fatto è certo. Oggi la "lingua franca" di Internet
è ancora di gran lunga l'inglese. Ma il cinese avanza
continuamente e non è difficile immaginare una Rete futura
in cui conviveranno quasi alla pari diversi idiomi. Per
quanto riguarda la Cina, il guaio è che in quel paese
si stanno anche innalzando delle barriere molto rigide
su cosa può essere fatto circolare su Internet, cosa può
entrare e cosa può uscire. E a questo discorso collaborano
anche grandi società occidentali, come Yahoo. Come si
è già visto, situazioni del genere non rappresentano solo
una minaccia per lo sviluppo del network, ma anche per
il rispetto universale dei diritti civili. Adesso
in quali progetti è impegnato?
Essenzialmente sono tre. Innanzitutto, mi sto occupando
di "nomadic computing", cioè la ricerca di un sistema
che rafforzi l'intelligenza del network in modo tale da
permettere a chiunque di lavorare online sempre nelle
medesime condizioni, da qualunque posto e in qualunque
modo si connetta. L'idea è quella di fare in modo che
la nostra identità, il nostro profilo, le nostre caratteristiche
ci seguano ovunque. Il secondo progetto riguarda il mondo
del peer-to-peer, in particolare la gestione dei contenuti
meno popolari. Se io ho una piccola memoria dove mantengo
dei dati poco richiesti, per questi sarà molto difficile
circolare nel network. Alcuni ottimi ricercatori stanno
lavorando a un sistema che superi la questione se un file
è popolare o no. Se è archiviato su un computer, allora
dovrà essere disponibile per tutti con la stessa facilità
di uno più popolare, a prescindere dal numero di copie
presenti nel network. Infine, c'è lo sviluppo di agenti
intelligenti: macchine a cui si dirà quale obiettivo devono
raggiungere ma non si spiegherà come farlo. Saranno strutturate
in modo da riuscire ad arrivarci senza bisogno di istruzioni.
E qui si entra in un discorso molto complesso, che coinvolge
la capacità di comprendere quando una macchina sta raggiungendo
un obiettivo o no. Molti anni fa, uno sviluppatore stava
insegnando a un computer a giocare a dama. Un giorno sbagliò
la scelta di un codice e praticamente chiese alla macchina
di perdere la partita. Quando iniziò a giocare, non si
accorse di alcun cambiamento. Il computer giocava sempre
allo stesso modo, non sembrava affatto che volesse perdere.
In realtà, seguiva un meccanismo molto semplice: per essere
sicuro di perdere, doveva prima assicurarsi il controllo
dell'incontro. E così fu. Il computer giocò perfettamente
fino a quando non arrivò a individuare la mossa giusta
per perdere: la fece e crollò di colpo. La morale di questo
aneddoto è che è molto difficile capire come "ragionano"
le macchine. Noi potremmo assegnare il controllo dell'economia
di un paese a un computer e non accorgerci fino all'ultimo
momento se sta agendo nel modo desiderato o no. Fonte: La Stampa
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