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I primi accenni al successo dell'HH nostrano.

 
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Killeru
Niubbo
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Registrato: Oct 14, 2005
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MessaggioInviato: Gio Ott 27, 2005 4:12 pm    Oggetto: I primi accenni al successo dell'HH nostrano. Rispondi citando

LA SCENA HIP HOP ITALIANA
Stefano Piccoli S3KENO

A differenza degli Stati Uniti, dove la black music - intesa come "genere musicale" che racchiude hip hop, R&B e soul - poggia la propria esistenza su valide e stabili fondamenta in Italia l'hip hop è una cultura che vive giorno dopo giorno grazie all'impegno dei suoi protagonisti.

(14-12-2000) A differenza degli Stati Uniti, dove la black music - intesa come "genere musicale" che racchiude hip hop, R&B e soul - poggia la propria esistenza su valide e stabili fondamenta in Italia l'hip hop è una cultura che vive giorno dopo giorno grazie all'impegno dei suoi protagonisti. Un mondo precario che ha ancora difficoltà, oltre che di business, a creare attorno a sè, quel fenomeno culturale che ne dovrebbe esser premessa ed elemento strutturale. L'hip hop italiano ha ovviamente una storia molto più giovane di quella americana, che rimane sempre e comunque il riferimento ideale. Se si tralasciano fenomeni modaioli come quelli della breakdance - che sì imperversaro negli anni '80 ma altrettanto rapidamente scomparvero nel nulla (almeno nel nostro paese) - i pochi italiani che proseguirono un cammino di approfondimento verso questo oggetto sconosciuto che ancor oggi è per molti versi l'hip hop ebbero ben pochi mezzi a disposizione per apprendere. Qualche film, come "Beat street" o "Wild style" (due must per qualsiasi b-boy), qualche vinile dei Public Enemy o dei Run Dmc nel migliore dei casi, dato che i negozi di dischi il rap neanche lo esponevano, le bombolette spray per le prime timide uscite notturne. E poco altro. Ma il fenomeno cresceva. Sul finire degli anni '80 apparvero i primi dj, i primi breakers, i primi writers, le cui tag cominciavano ad acquistare un certo rispetto... ed i primi mc's - gente che rappava - e che, senza neanche porsi il problema della lingua, lo faceva in inglese dato che era ciò che sentiva dai propri "fratelli" d'oltreoceano. Questi nomi erano Next One, Crash Kid, Ice One, Dee'mo o Gruff, per dirne alcuni; nomi che ancora oggi vengono ripetuti con lo stesso rispetto, che tuttora rappresentano con vigore lil senso dell'origine e di appartenenza all'hip hop . Nomi ancora ammirati ed emulati dalle giovani schiere della "nuova scuola", quei b-boys e/o fly-girls che compongono la cosiddetta "scena" italiana attuale. Negli anni '90 gli italiani fecero un'altra parte del percorso, passando prima per le posse, per il movimento universitario della pantera dei primi anni '90, per il rap adottato come vera e propria arma politica dai centri sociali, per tutta una serie di contesti sociali e culturali che poco avevano a che fare con chi si sbatteva per l'hip hop e che ma che contribuirono - senza saperlo - alla propagazione del rap rimato in italiano. Un rap che ancora oggi (spesso con superbia) prende le distanze da quel periodo ma che tanto ancora gli deve, non fosse altro che per il linguaggio di cui è erede e per la strada spianata da gruppi come gli Assalti Frontali di Roma, i 99 Posse di Napoli, l'Isola Posse All Star di Bologna (da cui derivarono gli ineguagliabili Sangue Misto), i Sud Sound System del Salento. La cosa paradossale è che ancora oggi alcuni dei migliori artisti nostrani provengono proprio da quella esperienza (ed infatti la differenza si sente, sia dallo spessore dei testi che dalla maturità musicale acquisita negli anni) e sono proprio quei quattro o cinque nomi della "vecchia scuola " italiana che - nonostante tante cose siano cambiate - restano dei punti di riferimento: Next One, Ice One, Lou X, Neffa, Kaos.
Oggi l'hip hop in Italia è formato - oltre che da numerosissimi writers e breakers di altissimo livello, che ci rappresentano con onore in tutte le convention europee - da una vero e proprio puzzle di gruppi e/o singoli rappers e dj che grazie al rap hanno raggiunto una certa notorietà. In alcuni casi si tratta di nomi che ormai non hanno nulla da invidiare agli artisti della musica leggera italiana e che fanno da ambasciatori dell'hip hop nel mercato "di serie A", come gli Articolo 31, i Sottotono, Neffa o Frankie Hi-Nrg Mc. Si tratta tuttavia della punta di un iceberg che comprende centinaia di realtà sparse su tutto il territorio nazionale. Articolo 31 e Sottotono rappresentano quindi la parte più "commerciale" dell'hip hop, quella più leggera e di più facile fruizione, legata a basi ben congegnate, orecchiabili e d'impatto (Dj Jad e Fish sono due ottimi produttori musicali, sia chiaro!) e a tematiche d'amore o comunque di facile riscontro giovanile. Entrambi i gruppi hanno comunque aperto enormi porte per tutti gli altri, questo è innegabile. Neffa rappresenta invece l'esempio più pratico ed efficace di mediazione tra la canzone commercialmente funzionale e l'hip hop più puro (caso quasi unico di successo con il grande pubblico e rispetto da parte della scena). A Frankie Hi-Nrg va riconosciuto il grande merito di aver innalzato il livello e comunque di vare avuto la brillante intuizione di firmare il primo album con una major - la BMG - in un momento in cui tutti parlavano ancora di autoproduzione. Altri nomi "nuovi" hanno contribuito alla crescita e alla credibilità dell'hip hop italiano: Colle der Fomento (con Ice One come produttore), Gente Guasta (a suo tempo OTR con La Pina), Kaos, Lugi, Sean & Deda, Gopher, Fritz Da Cat, Lyricalz, Chief, Dj Enzo, Speaker Cenzou, La Famiglia, Alien Army... tanto per citare i più noti tra il pubblico.
Nonostante l'ottimo lavoro di molti - l'hip hop in Italia sembra non aver ancora attecchito a livello "popolare". le motivazioni vanno cercate da più parti. In parte la causa va trovata in un certo "atteggiamento" integralista di molti elementi della scena italiana, che - anche quando è stato possibile - non hanno concesso aperture a chi aveva voglia di capire meglio cosa fosse l'hip hop. Se negli Stati Uniti il rap è concettualmente prodotto per tutti, in Italia questo meccanismo non è ancora scattato. La scorsa estate mentre Eminem svettava in cima alle classifiche di vendita di tutto il mondo (Europa compresa) l'Italia era troppo occupata ad ascoltare e premiare le performance rock-romantiche dei Lunapop o i tormentoni latineggianti di Paola & Chiara. Eminem non è mai entrato nemmeno nei primi venti posti della classifica.
Le etichette nazionali cominciano a fare i conti con un genere tanto difficile da gestire quanto poco redditizio, e il loro interesse ovviamente cala, salvo rari episodi legati a fortunate ed imprevedibili dinamiche, come il caso del Piotta la scorsa estate. Tante aspettative che quest'anno sono state deluse dall'uscita del suo secondo album, di cui la gente neanche si è accorta (già, proprio quella stessa gente che fino a pochi mesi prima ballava e cantava il "Supercafone"!).
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Rospect
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Registrato: Oct 12, 2005
Messaggi: 36

MessaggioInviato: Gio Ott 27, 2005 4:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

quoto in toto pero la buona musica italiana e tutta roba underground ormai un tempo gli articolo 31 spaccavan ma ormai Piangente Piangente Piangente
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Killeru
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Registrato: Oct 14, 2005
Messaggi: 7

MessaggioInviato: Gio Ott 27, 2005 4:20 pm    Oggetto: Rispondi citando

si anke secondo me... maa.... un po di cultura ci vuole sempre!!!
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